Già
un secolo prima di Marco Aurelio lo stoicismo si era avvicinato al
trono imperiale, quando Seneca era diventato anzitutto l'educatore del
giovane Nerone, e poi il suo principale consigliere politico e
speechwriter, quando questi ascese al trono nel 54. Nerone non era
naturalmente Alessandro Magno, né Seneca era Aristotele, ma i due
reinterpretarono comunque il copione del sodalizio fra il grande
filosofo e il giovane imperatore, fino a quando il primo cadde in
disgrazia e il secondo lo condannò al suicidio nel 65. Sentenza che
Seneca eseguì, naturalmente, con stoica serenità, sulla base di un
altro classico principio stoico: «Accettare volontariamente
l'inevitabile »,
Marco Aurelio e Seneca sono esponenti della
cosiddetta «ultima Stoà», concentrata prevalentemente su problematiche
morali e spirituali, e rappresentante una sorta di religione laica e
colta: in alternativa, dunque, a quella clericale e «cretina», che
dapprima cercò di annettersela inventandosi un apocrifo carteggio tra
Seneca e Paolo di Tarso, e poi riuscì a scalzarla in base al principio
che a diffondersi in epidemie sono le malattie infettive e non la
salute, fisica o mentale che sia.
Ai fini della logica a noi
interessa, però, la «prima Stoà »: quella fondata ad Atene verso il 300
p.e.V. dal cipriota Zenone di Cizio, che non va naturalmente confuso
col precedente eleatico. Essa prese il nome dalla stoà poikile, il
«portico dipinto» nel quale aveva sede, e divenne presto il terzo polo
della vita culturale ateniese.
L'importanza che le tre scuole
mantennero a lungo nella vita della città è testimoniata dal fatto che i
Greci, quando dovettero inviare una missione diplomatica a Roma nel 156
p.e.V., dopo la conquista romana della Macedonia, non trovarono niente
di meglio che scegliere Carneade (il manzoniano «chi era costui?»)
dall'Accademia, Critolao dal Liceo, e Diogene dalla Stoà.
Tra
parentesi, i tre si fecero onore: arrivati a Roma, iniziarono i giovani
Romani alle loro dottrine, ed ebbero tanto successo che Catone li fece
immediatamente rispedire a casa, per paura che la filosofia finisse col
provocare una disaffezione verso la vita militare. D'altronde, un
Censore non poteva che preferire la militarizzazione dei civili alla
civilizzazione dei militari.
Per tornare alla Stoà, l'esponente più
importante fu il suo terzo rettore, il fenicio Crisippo di Soli,
vissuto nel terzo secolo p.e.V. Stilisticamente, sembra non fosse un
granché: d'altronde, veniva da una città che aveva ispirato il termine
soloikismos, «solecismo », usato ancor oggi nel senso di
«sgrammaticatura ». Quanto a produzione, invece, doveva essere un vero
grafomane, visto che scriveva 500 righe al giorno: ovvero, l'equivalente
dell'intera opera di Aristotele ogni due anni e mezzo, e 700 libri in
tutta la vita, un centinaio dei quali dedicati alla logica.
Tutti
questi libri sono oggi perduti, come del resto quelli dell'intera
scuola. La quale, per una serie di ragioni, compresa quella già
accennata della competizione etica col Cristianesimo, finì per essere
completamente rimossa. Al punto che oggi di Accademie e Licei è pieno
il mondo, ma non c'è neppure una Stoà. È rimasto l'aggettivo «stoico»,
usato però quasi esclusivamente nel senso di distacco e sopportazione
al quale abbiamo già accennato.
Piergiorgio Oddifreddi, Le menzogne di Ulisse
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